Il pretesto mi viene da un articolo apparso su PSFK in Dicembre.
A parte la violenza dell’attacco di Piers verso questa formula di commercializzazione, condivido in pieno le sue riflessioni:
- OK se la marca che viene commercializzata è difficilmente ritracciabile localmente
- OK se l’azienda vuole adottare un metodo di vendita od una comunicazione “particolare”, coinvolgente, mirata magari a testare il mercato in diretta, ma
- smettiamola di pensare che questo strumento sia di per sé una tale novità da “obbligare” ad un sicuro successo commerciale (esempio di corrispondenza: il negozio “mobile” avrà lo stesso impatto della pubblicità dinamica, dipendendo non solo dal contesto in cui è inserito – rapportato all’investimento necessario – ma anche dalla disponibilità dello spazio) e soprattutto
- questa formula è totlamente assimilabile a quella dell’esercizio commerciale tradizionale, che ha i suoi tempi d’avviamento e soprattutto sta subendo da tempo le conseguenze negative di un declino dovuto ad un modello di business ancora basato su un modello sociale di decenni fa.
Il vero pop-up store dovrebbe invece essere quello che appare davanti al potenziale cliente ove questo senta il bisogno di comprare quel prodotto. Esso dovrebbe essere il punto finale di un percorso non predeterminato da altri se non dal cliente che, stimolato dall’informazione, possa naturalmente trovare sul suo cammino la risposta a ciò che ha iniziato a volere.
Insomma, escludendo l’e-commerce (nudo rispetto all’esperienza fisica del prodotto ed al contatto di vendita personale), un insieme di contact personal communication, geotargeting e punti vendita mobili come

sicuramente potrebbero essere l’insieme di una vera, nuova strategia di negozio temporaneo.