Il 22 marzo UCSI e TP, Unione Cattolica della Stampa Italiana e Associazione Italiana Pubblicitari Professionisti, organizzano un incontro molto particolare, unendo in un grande calderone responsabili ed esperi di comunicazione giornalistica e pubblicitaria del settore pubblico e privato.
Anticipiamo alcuni aspetti del seminario con Alberto Comuzzi, giornalista e presidente lombardo dell’Unione Cattolica Stampa Italiana.
Qual è il vostro obiettivo? “Le sembrerà eccentrico, ma l’unico vero obiettivo che con gli amici di Tp abbiamo da subito condiviso quando, ormai due anni fa abbiamo cominciato a dialogare, è quello di unire le persone che vivono di comunicazione.
Viviamo in una curiosa società nella quale ogni categoria, ogni gruppo o comunità è avviluppata a se stessa.
Siamo così calati nei nostri mondi autoreferenziali d’avere praticamente perso il senso critico.
Ci citiamo addosso pronti a vedere negli altri i difetti, ma non ci interroghiamo mai sui nostri.
Proprio noi, comunicatori di professione, che dovremmo essere ipercritici, a cominciare da noi stessi, finiamo per seguire le esperienze ormai collaudate e proprio per questo anche le più logore”.
Pensate che possa essere uno stimolo di dialogo tra realtà e persone diverse? “È proprio ciò che ci aspettiamo.
La presenza di colleghi – ci piace definirli così – impegnati in istituzioni e apparati dello Stato come i Carabinieri, l’Aeronautica Militare, la Guardia di Finanza, i Vigili del fuoco, assumono un rilievo importante e, ci pare, innovativo.
Diciamocelo con franchezza: il nostro mondo, quello della comunicazione, ha troppo spesso irriso le istituzioni dando di loro immagini sovente parziali.
Il fatto di vedere, in carne ed ossa, uomini con le stellette che con la loro stessa divisa annunciano i valori di cui sono portatori dovrebbe aiutare a far cadere qualche pregiudizio e, ce lo auguriamo, a superare dannosi stereotipi.
Ci piacerebbe che la nostra iniziativa aiutasse a far conoscere meglio i tanti attori della comunicazione”.
È la funzione sociale della comunicazione che vi interessa esaltare.
Ma è possibile che questa sia perseguita da singoli professionisti, anche nel caso ciò non coincida con gli obiettivi primari richiesti dalle rispettive organizzazioni? “Le nostre sigle UCSI e TP si sostanziano se dentro ci sono persone con cuori che pulsano e cervelli che brillano.
Non c’è dubbio che le organizzazioni hanno una maggiore forza aggregante se propongono delle iniziative rispetto ad un singolo professionista.
Anche se non è sempre possibile avere un’esatta coincidenza tra le aspettative del singolo e gli obiettivi generali dell’organizzazione in cui opera, è pur vero che quando le istanze personali (leggi, per esempio, i valori veri in cui una persona crede) rappresentano punti di vista largamente condivisi, gli obiettivi del singolo diventano realtà”.
Quest’incontro segue il convegno del giugno scorso, quando avete messo giornalisti e pubblicitari a confronto con esponenti della Chiesa Cattolica.
Non vi pare di esagerare, mettendo sul tavolo valori forse troppo alti rispetto a quelli di uso quotidiano? “No.
I valori cui tendiamo sono la genuinità, la sincerità, la semplicità, per citare quelli su cui la riflessione comune è più avanzata.
Si tratta di istanze avvertite oramai da molti comunicatori.
Non possiamo fallire perché sta diventando patrimonio acquisito comune che la comunicazione sia costretta a ritornare virtuosa.
È nell’aria, da tempo, e solo i più sprovveduti non si accorgono che in giro c’è grande desiderio di freschezza, di autenticità, di acqua che disseta e non di bollicine che illudono…Insomma le coscienze si stanno risvegliando dal loro torpore.
Un comunicatore che non avverte questo nuovo clima è destinato a fallire nella sua professione”.
Un’ultima domanda.
Negli ultimi tempi giornalisti e pubblicitari sono stati più spesso su sponde contrapposte, anche con tensioni molto alte.
Perché voi cercate il dialogo, con che obiettivi e, soprattutto, con che prospettive? “È vero: i mondi dell’informazione e dell’informazione commerciale si sono a lungo osteggiati.
Errore clamoroso, da parte di entrambi.
Il punto è proprio questo: se è vero che i giornalisti intendono “servire” onestamente il cittadino/lettore attraverso un’informazione corretta e veritiera e se è vero che i pubblicitari intendono “servire” il consumatore in modo altrettanto onesto e veritiero, non si vede perché si debba rivaleggiare, tanto più che tutti siamo contemporaneamente cittadini e consumatori.
È dalle sinergie che nascono le grandi opere.
Pubblicità e informazione sono complementari.
Un po’ come il rapporto d’amore: basato sulla competizione è destinato a finire, sulla complicità ad irrobustirsi”.
Mario Soavi